21 anni fa

on April 27th, 2010 at 11:26 pm
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Resiste all’acqua, alla luce e al tempo

No, dico: come regolamentato dalla legge italiana?!??

on April 25th, 2010 at 8:54 pm
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Un essere che si abitua a tutto. Ecco, credo, la migliore definizione dell’uomo. Fëdor Dostoevskij

Roberto Saviano ha lasciato Mondadori e ha scelto tre parole: follia, scandalo, vergogna. Oggi le parole non suonano più, fatta eccezione per chi, (forse qualche calciatore sull’ultimo treno Roma-Firenze) sta facendo tornare di moda il labiale. Le parole si guardano e basta,  e per questo scorrono come la pomice sull’acqua. Non serve neanche che Laterza si sforzi a ricordarcelo.

on April 21st, 2010 at 6:59 pm
in Intimidatio isterica 2.0
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di terrore, miseria e morte

Se era stato ufficialmente giudicato di buon gusto per la media borghesia da salotto trattenere il respiro prima di sapere che si trattava di Kaczynski (evitando i segnali di goduria, che fa tanto IDV), stavolta lo spazio sulla degenerazione dei costumi che generalmente segue i dieci minuti di dichiarazioni su Berlusconi e i venti di critiche agli oppositori interni al partito è stato come per incanto soppresso da quel minutosecondo di silenzio dedicato alle profezie che si autodeterminano, leggere clic compulsivo sull’elenco dei passeggeri.

on April 13th, 2010 at 7:04 pm
in Intimidatio isterica 2.0
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Anche i beatles avevano uno che si fingeva morto)

E’ molto, molto, molto difficile riuscire a rimanere impassibile quasi fino a fingersi morti di fronte a chi, per qualche incomprensibile ragione, insiste nell’attribuire al noto guitarrista svedese Yngwie Malmsteen (Mr. Amadeus quattro valvole) di poter credere di poter ipotizzare di poter pensare di poter azzardare di poter suonare qualcosa di lontanamente attribuibile a Paganini con una chitarra elettrica.

on April 11th, 2010 at 11:56 am
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e la la piglia larga di nulla la cometa Iaku Taku

Lauretta adorata,

sono il Suo alter ego, colui che a Sanremo s’è fregiato del Suo nome e cognome per meglio essere compreso nella sua quintessenza di Scrittore, cioè di ladro d’identità. Molti si sono chiesti perché a Mike Bongiorno abbia fatto il Suo nome per dire chi ero e non un altro; posso rispondere perché sarebbe stato di nessuna utilità promozionale rievocare, per esempio, Alberto Rabagliati. Nel tentativo di scuotere anche solo vagamente il vuoto di memoria del mio interlocutore (?), ricorrendo a Lei e non a Rabagliati ero mosso da almeno due ragioni: la prima, la meno grave, perché Rabagliati è morto e la seconda, imperdonabile, perché Rabagliati non ha mai dato neppure da vivo alcuna garanzia di sicura femminilità come è invece il Suo e il mio caso (lo Scrittore ha tutti i sessi, anche i più improbabili e s-figati). Ma la vera ragione è che volevo restituirLe una gentilezza di cui Lei mi gratificò allorché io avevo, credo, non più di diciassette anni, e parlo di gentilezza da parte mia perché ero ben consapevole che la sparata le avrebbe fatto un sacco di pubblicità (ingrediente che non guasta mai a qualcuno che, come Lei, eroicamente, fa ancora serate teatrali in giro per l’Italia e, spesso, in piccoli centri di provincia dove il pubblico non sempre accorre in massa e che d’ora in poi in massa accorrerà sicuro che, dietro il Suo nome in cartellone, ci sia io en travesti).

Dunque, più di trent’anni fa – facevo il camerierino all’Hotel Terminus in piazza della Repubblica a Milano -, non so come ma mi ritrovai accanto a Lei a un tavolo di ristorante per un dopo teatro; non sono neppure certo di aver assistito allo spettacolo che ci sarà stato prima di quella cena e se lì mi trovavo mi ci avrà portato qualcuno – era quel ristorante appena voltato in via Senato da via Manzoni, esiste ancora, sotto altro nome, credo, sarà un duecento metri dal teatro Manzoni. Di sicuro so che io, adducendo una sazietà del tutto immaginaria, avrò detto che non avevo fame eccetera e, per paura di dover sborsare soldi che non avevo, mi sarò rifiutato persino di toccare la comune acqua minerale e tutti avranno preso alla lettera la mia inappetenza o bruciore di stomaco o che. A me sarebbe piaciuto tanto mangiare (ero alto un metro e ottanta e pesavo sessantacinque chili), ma so che mi sarò comportato così perché l’ho fatto tante altre volte in vita mia e già da allora sarei potuto morire piuttosto che trascendere dai miei mezzi a spese altrui (non si diventa geni per caso, sottolineo). Mantenute le debite distanze dall’inevitabile approssimazione della memoria, ho però di Lei un ricordo addirittura più vivido che non degli ossi buchi con risotto che mi passavano sotto il naso per planare davanti a qualunque altro naso eccetto il mio; Lei parlò con me, un ragazzino molto più timido che impiccione, con grande semplicità, mi stava parlando come faceva con chiunque altro lì in grado di permettersi un primo, un secondo e un dessert! Mi ricordo di come mi sentivo bene malgrado i morsi della golosità, malgrado la voluttà da svenimento che ti prende da giovane quando rinunci persino a lasciar trapelare una voglia o un desiderio o un bisogno per farti almeno compatire e per sottolineare il tuo orgoglioso valore: Lei si dilungò con me sul Suo bambino, di pochi anni, che aveva lasciato a casa in mani fidate, non aveva alcuna apprensione, aveva un modo quasi scientifico di considerare questa sua esperienza di essere madre, non si faceva alcuna illusione su di chi fosse Suo figlio (Suo si capisce, non d’altri). Parlò di Johnny Dorelli, il padre, con totale serenità e rispetto, senza alcun astio o animosità e, soprattutto, diceva queste cose a me, un nessuno che forse puzzava un po’ di cucina e di suo. Non mi mise mai in imbarazzo, mi fece un fuggevole complimento per il mio sacco di ricci (questo, è probabile, me lo sto inventando sui due piedi) e non mi chiese né chi ero né che facevo, soltanto come mi chiamavo: ai suoi occhi ero comunque importante, forse perché aveva dedotto che se ero lì ero un Suo giovane ammiratore o comunque uno che, malgrado la giovane età, metteva mano al portafoglio per andare a teatro, dunque importante e degno di rispetto e cortesia in sé. Lei era la regina della tavola e aveva un eloquio e una briosità come, dopo di lei, ho riscontrato solo in Paolo Poli il quale, oltretutto, aveva questo pregio da cui sono (erano) esentate le signore: lui pagava il conto di chiunque altro. Si sapeva in giro che, se Poli ti diceva, “Vieni a cena dopo lo spettacolo?”, pagava lui e non permetteva a nessun altro di far finta di precederlo. A Poli credo di aver scroccato non meno di due cene, da ragazzino. Certo con lui a tavola non si poteva piazzare una parola, non era mai stanco, era una recita senza fine, lui non voleva scambi, voleva dei commensali manducanti, sorridenti, muti e scrocconi, io ero l’ideale (e in seguito non mi sono mai perso un suo spettacolo, e vado tuttora a onorare sia l’artista sia l’uomo generoso che è stato e è).

Ecco, mia adorata, perché “quel simpatico Busone”, come mi ha definito Lei a un giornalista, l’ha tirata in ballo: memore di quel delizioso minuetto di confidenze che mi regalò trent’anni fa, io adesso ho voluto trascinarla idealmente in un giro di valzer di mass media.

E la morale è: se volete che fra trent’anni un genietto o geniaccio gentile si ricordi di voi quando voi stessi fate fatica a ricordarvi chi siete, fate come Lauretta Masiero fece con me: ricordatevi di lui trent’anni prima, cioè subito, senza alcuno sforzo o calcolo divinatorio sulla ricompensa a venire. Basta essere gentili con il primo venuto, basta non rifiutare la parola a nessuno, basta riconoscere in ogni imbranato o non appartenente al milieu la fama più importante di tutte, quella di essere umano, di esserci, riconoscere pari dignità a uno qualsiasi che ha, se non i vostri mezzi o fortuna o nome, il vostro stesso appetito e per pudore lo nasconde, basta un gesto di gentilezza in punta di forchetta fra una cucchiaiata e l’altra nelle vostre bocche e il resto, una gratitudine non dovuta, insperata, verrà da sé.

Ma niente piove dal cielo che non piova prima da un vero cuore, di uomo o di donna.

(Aldo Busi, Sentire le donne, Bompiani, Milano 2008, pp. 353-356)

on April 8th, 2010 at 7:49 pm
in Intimidatio isterica 2.0
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Cercavo qualcosa tipo Lost in Supermarket, e ho trovato questo.


The Mantra ATSMM – Septembers

on April 6th, 2010 at 10:35 pm
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Parla piano e vai in giro armato.

Alla faccia della secolarizzazione (il cui significato si riconduce al termine latino seculus, [etc. etc.] con il significato di mondo).

on April 3rd, 2010 at 12:08 pm
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63 statistiche su 100 sono inventate. Compresa questa.

Da quando l’ignoranza è diventata un punto di vista non riesco a seguire eventi commentati che durino più del quarto d’ora canonico di cui sono fatte le mie pause. Al momento ho l’unica sensazione che i grillini possano concludere la loro missione in Piemonte rubando voti alla Bresso, e se così fosse mi sento di suggerire lietamente la strage. Per il resto, preferisco planare sui sentiment.

on March 29th, 2010 at 4:45 pm
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Heaven is overrated

on March 25th, 2010 at 2:24 pm
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